Articolo pubblicato da Renzo Carosio sulla rivista Cani da Presa Settembre 2003

L’anno appena trascorso ha segnato per la razza del Cane Corso una battuta di arresto nel numero delle iscrizioni. E’ la prima volta che accade da quando il Cane Corso è stata riconosciuto.

 

Da un punto di vista puramente statistico si potrebbe parlare di un’inversione di tendenza. Io non ho mai giudicato lo stato di salute della razza in base al suo incremento o decremento numerico; non l’ho fatto prima, non lo faccio adesso. Cercherò, per contro, d’illustrare come si è arrivati a ciò e come la cinofilia, cosiddetta ufficiale, tutta presa a seguire la forma e a celebrare i suoi riti, abbia perso di vista la razza....

 

In questi anni abbiamo assistito a una pressante richiesta di aiuto, proveniente da più parti: questa avrebbe potuto (e dovuto) essere occasione e stimolo, per dar luogo a una nuova stagione per il Cane Corso. Purtroppo, come dice il vecchio adagio, “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”, così questa richiesta si è persa nel tran tran scandito dai vari concorsi domenicali, nella corsa ai titoli o a diventare giudici abilitati della razza.

 

Se tutto questo è servito ad appagare le vanità o la sete di business di chi ha concorso o per ampliare le abilitazioni e avere così più possibilità di essere chiamati a giudicare, non ha portato invece alcun giovamento alla razza. In poche parole ancora un’occasione perduta a danno di una razza italiana.

 

Se poi, come accaduto di recente, si prendono decisioni all’insegna del “fare qualcosa perchè nulla cambi”, riconsegnando la gestione in ambito ENCI, a chi in questi anni aveva dimostrato di non esserne all’altezza (tanto che lo stesso ENCI aveva revocato l’incarico), la speranza di un’ inversione di tendenza, almeno in quell’ambito, tramonta miseramente.

Non meravigliamoci perciò se, intorno alla razza, le acque continuano a essere agitate e le polemiche non si sopiscono. Una parte di responsabilità di quanto accade, è comunque dei corsisti che in questi anni non hanno saputo trovare una soluzione. Anzi, sembra proprio che le persone più discutono, più si dividono. Questo accade perchè troppo spesso viene confuso il diritto legittimo di esprimere la propria opinione, con il diritto che la stessa venga accettata.

Finisce così che un particolare diventa motivo di divisioni e la scusa per non sostenere un interesse più generale.Se a questi personalismi aggiungiamo la voglia di emergere, che spesso mal si cela dietro la “passione per la razza”, si può intuire facilmente, quanto sia difficile addivenire a una soluzione.

Volendo azzardare un’analisi politico-sociologica di questa situazione, la potremmo accostare al municipalismo che ha ritardato, non poco, la nascita del nostro stato nazionale rispetto ai maggiori paesi europei

Un buon contributo ad alimentare la confusione esistente intorno alla razza, viene dall’informazione, spesso superficiale, imprecisa, frammentata. A volte anche coloro che fruiscono delle informazioni, ci mettono del loro. Forse per carenza di metodo, può accadere, che di uno scritto venga presa solo una porzione e la si valuti non tenendo conto dell’insieme o la si accosti ad altre informazioni non omogenee. Confesso che, non di rado, ho assistito a una sorta di “anacoluti cinofili” sul cane corso. L’ultima annotazione è quella che oggi tutti parlano di Cani Corsi e, con frequenza, s’incontrano persone che ti raccontano che un tempo i loro nonni avevano i corsi e, in base ai ricordi (o presunti tali), ti dicono come era e come dovrebbe essere il cane corso. Purtroppo questi personalissimi standard scontano tutti lo stesso difetto: sono come un abito tagliato su a misura del cane che si possiede...

 

Qualche anno fa non era così. La razza era talmente diffusa, specie tra i nonni, che rischiava l’estinzione....La storia del recupero del Cane Corso, che è giunta a noi mista alla leggenda, ha comunque tappe fondamentali, seguendo le quali, si possono trovare spiegazioni logiche anche all’attuale situazione. Incrociando poi le informazioni, specie se si conoscono di persona gli informatori, si riesce in buona parte a individuare negli scritti ciò che appartiene alla realtà di razza e quali sono le farciture frutto dell’entusiasmo o della necessità di sopperire alla scarsità d’informazioni degli autori.Volendo partire proprio dall’inizio, mi rifaccio ad alcuni scritti di particolare interesse di Stefano Gandolfi che ripropongono i dialoghi e il pensiero del prof. Bonatti.

 

Il prof. Bonatti, che fu il primo a segnalare la razza già negli anni ‘50, ci introduce a quello che oggi è di stretta attualità. Egli si poneva infatti il problema di usare il nome cane corso poichè questo era identificativo da sempre del molosso italiano. Bonatti propendeva per una variante al nome su base geografica e, siccome in un documento seicentesco dell’Archivio di Stato di Napoli si accennava a “doghi”come cani da guardia e mandriani, la razza fu fatta riconoscere per sua iniziativa dall’ U.C.I. nel ‘75 a livello nazionale e nel ‘76 a livello internazionale con il nome di DOGO DI PUGLIA. Quasi una ventina d’anni prima del riconoscimento ENCI.

 

Questo passaggio, dai più sconosciuto, è secondo me di fondamentale importanza. Il Gandolfi, molto opportunamente, ci riferisce che la disquisizione sul nome introduceva a un più ampio e sostanziale problema. A questo proposito riporto testualmente dagli atti del convegno”Il cane nella storia e nella civiltà del mondo” tenutosi a Ravenna nell’aprile del 1993”.
”Il concetto moderno di razza, come da noi è attualmente assimilato era, sino ad un secolo fa, ai più totalmente sconosciuto ed in parte lo è ancora oggi, specie nelle campagne (si ci riferisce alla fine degli anni settanta n.d.a.). Le varie tipologie di cane venivano quasi esclusivamente distinte in base alla funzione a cui erano adibite e la loro selezione era attuata al fine di migliorare la resa nel lavoro. Tuttavia utilizzazioni identiche ed aree geografiche contigue, con condizioni socio-economiche simili, portavano di fatto ad ottenere popolazioni canine con caratteristiche essenzialmente uguali, sia per comunanza di ceppo che di orientamento selettivo. Ciò non esonerava i cani dall’esternare, nei loro caratteri morfologici, l’indirizzo dato all’allevamento sulla base di tradizioni locali, che potevano variare di paese in paese, o di convinzioni personali del proprietario. Facendo un parallelo con la storia dell’arte, si potrebbe dire che molte razze si presentavano, prima di essere selezionate con moderna mentalità cinotecnica, come uno stile architettonico che, identico nel concetto, diviene multiforme nelle molteplici realizzazioni regionali. Perciò per recuperare quel tipo etnico canino che veniva e viene definito Cane Corso, bisognava coniugare la selezione dei soggetti in nostro possesso con l’immaginario, vale a dire con le innumerevoli rappresentazioni iconografiche testimonianti la razza dall’alto medio evo ai giorni nostri, sia come l’essenza più profonda di razza fosse percepita dalle popolazioni di Puglia, Molise, Lucania, Sannio che avevano visto testimonianze sulla razza nel suo periodo più felice.” Mi scuso per questa lunga citazione, ma la ritengo essenziale per il proseguimento dell’analisi.

 

Il primo dato inconfutabile che emerge ed è di tutta evidenza, è quello che l’omogeneità nel cane corso non è mai esistita. Quando il Gandolfi scrive: “coniugando la selezione dei cani in nostro possesso con l’immaginario”, anticipa e descrive in modo “soft”, la scelta imprescindibile e dolorosa, di fare convergere la selezione in un unico tipo, questo per essere in armonia con il moderno concetto di razza. Accettata, o meglio, recepita questa impostazione, credo che fino a questo punto nessuna critica possa essere mossa, la situazione dello stato della razza è descritta chiaramente, mirabile ed efficace la similitudine con lo stile architettonico.Quello che contrasta con le enunciazioni di principio, è ciò che è avvenuto nell’attuazione pratica di quei propositi. L’immaginario con cui coniugare i cani ecc...., non è stata l’essenza più profonda della razza, come percepita dalle popolazioni dei luoghi, ma sono state le ragioni della politica. Se a queste si aggiungono l’influenza, anche inconscia, delle idee personali, nonchè quella di falsi dogmi cinotecnici, mutuati dall’estero, possiamo immaginare quanto ci si possa essere distaccati dalla realtà del cane corso e dal rendere fattibile tutta l’operazione.Le ragioni politiche sono note.

 

Il Molosso italiano, come giustamente sosteneva il prof. Bonatti, è sempre stato chiamato Cane Corso (cane e’ presa). In questa accezione era compresa anche la variante più potente che poi ha dato origine al Mastino Napoletano. Molti appassionati confrontano gli attuali corsi con gli attuali mastini; oggi le differenze sono sostanziali. Questo non è dovuto solo al risultato della differenziazione degli standard, ma all’esasperazione dei caratteri opposti. Il mastino è ben diverso dal suo capostipite Guaglione (al punto che qualcuno lo definisce malignamente un gigantesco Shar-pei), il Cane Corso è diventato un cane di media taglia con tratti boxeroidi.

 

In passato il confine tra le due tipologie era molto più sfumato e non di rado si sentiva dire che i corsi altro non erano che i mastini meno prestanti o meglio quelli da lavoro. Al momento di redigere lo standard del cane corso, passo indispensabile per addivenire al riconoscimento, il problema di fondo era proprio questo: descrivere un cane che si allontanasse il più possibile dal mastino napoletano. Infatti c’era il rischio che la FCI considerasse il corso come una variante di una stessa razza (mastino napoletano) e non concedesse il riconoscimento. Questa necessità era talmente all’attenzione di chi si adoperava per il riconoscimento, che il dott. Morsiani sentì il bisogno di scriverlo nello standard in prima stesura. Infatti al punto - Caratteri generali precisanti la razza- troviamo: “in nessuna regione il corso deve ricordare il mastino napoletano”. Come ho già avuto modo di scrivere, questo atto, compiuto da un cinotecnico di fama come il dott. Morsiani, non può non lasciare perplessi. Non si è mai letto in uno standard di una razza che questa non deve somigliare ad un’altra.

 

Tanto valeva scrivere che il cane corso non deve somigliare al bassotto, al pastore tedesco e tutte le altre razze! Questa impostazione assunse il valore di un dogma e fu blindata al punto che non vennero accolte nel progetto di standard, poi omologato ENCI/FCI, realtà storiche della morfologia della razza, oppure si indicarono caratteristiche non presenti, solo perchè diverse e in qualche caso opposte a quelle del mastino napoletano. Alcuni esempi: Denti - Siccome il mastino all’epoca aveva uno standard che prevedeva la chiusura a forbice e a tenaglia, non si recepì nello standard del cane corso la chiusura a tenaglia, chiusura tipica che riguardava circa il 50% dei cani esistenti. Fu lasciata la sola indicazione estrema del leggero prognatismo di 5 mm, dico estrema perchè in realtà l’altra metà dei corsi che non chiudevano a tenaglia oscillava tra la forbice rovesciata e il leggero prognatismo di 5 mm. Occhi - Siccome lo standard del mastino li prevedeva leggermente infossati, per il corso si indicò nello standard il contrario, cioè che fossero leggermente affioranti. Questa scelta, oltre che non corrispondere alla realtà di razza, obbliga a selezionare un difetto funzionale, tale è infatti considerato l’occhio affiorante, dato che in questa posizione l’organo è più esposto a traumi. E’di tutta evidenza questa forzatura, se si prende in esame il boxer, che nella realtà ha sicuramente gli occhi più affioranti di quelli dei corsi, ma ha uno standard che li prevede “normali”, cioè né infossati né sporgenti. Collo - Siccome nello standard del mastino è prevista la giogaia, in quello del corso si richiede un collo praticamente asciutto, cosa molto improbabile in una razza molossoide di taglia medio-grande, dove la pelle nel collo ha una funzione di protezione dei grandi vasi (giugulare e carotide). Il Dogo argentino, ad esempio, che è un tipo di cane sicuramente più asciutto del corso, ha uno standard dove nella parte inferiore del collo è prevista pelle più abbondante. Pesi - Il peso indicato nello standard è inferiore alla realtà di razza: infatti i pesi massimi indicati, vengono raggiunti dai soggetti di taglia media. Non sorprenderebbe che anche l’indicazione di un peso più contenuto fosse funzionale alla differenziazione tra le due razze.

 

Oltre a questi motivi lo standard ha risentito nella stesura di altre influenze. Ad esempio il colore degli occhi. Molti corsi, è storicamente documentato, avevano anche occhi chiari e/o gialli. Questi soggetti erano addirittura ricercati, come risulta da molte testimonianze, perchè il loro sguardo era più penetrante e incuteva timore. Nello standard, pur non essendoci alcun motivo, neppure di ordine medico, legato cioè a patologie (pensate al colore degli occhi del lupo), fu prescritta la selezione dell’occhio scuro: “iride quanto più possibile scura in relazione al colore del mantello”. Francamente non si spiega questa scelta, forse fu fatta in ossequio alla scuola tedesca?Anche nella descrizioni delle regioni anatomiche che riguardano la costruzione, lo standard del corso evidenzia alcune contraddizioni. Infatti il nostro è un trottatore, con costruzione giustamente rettangolare. La cinognostica di riferimento (Solaro, Barbieri) ascrive ai trottatori una serie di caratteristiche specifiche nella costruzione: angoli, forma dei piedi, inclinazione del metacarpo, della spalla, della groppa. I dati riportati nello standard del cane corso non solo non rispecchiano in più punti la struttura di un trottatore, ma sono incoerenti tra loro. Forse qui si ci è fatti prendere un po’ la mano e nel tentativo di descrivere il cane che non c’è, si è sconfinati nel descrivere un cane impossibile (almeno nella costruzione).Detto questo, sono propenso a credere che lo standard oggi considerato da alcuni intoccabile, fosse per contro una prima stesura redatta e finalizzata al riconoscimento.

 

Purtroppo è accaduto che le successive stesure hanno riguardato più la forma che i contenuti, anzi, nei vari passaggi riassuntivi, richiesti per adeguarlo agli schemi ENCI prima e FCI successivamente, possiamo solo verificare un peggioramento. Infatti sono stati persi alcuni riferimenti di basilare importanza, specie per la descrizione della testa. Prendiamo ad esempio il muso, regione di primaria importanza, è andato perduto il riferimento cinometrico della distanza minima dei canini all’apice della corona, allo stesso modo sono sparite nella parte descrittiva del tartufo la dizione “le due facce, superiore e anteriore formano tra loro viste di lato un angolo retto”. Ovviamente anche quanto scritto dal Morsiani tra i difetti di tipo e di costruzione, solo in parte è stato conservato. Ad esempio per il tartufo si può leggere: “arretrato rispetto alla linea verticale della faccia anteriore del muso, narici non ben aperte, ali nasali carnose”. Per inciso, scrivendo quest’ultima parte, vedo perfettamente i difetti di un cane plurititolato, senza volerne al cane, ma per i titoli acquisiti, è suo malgrado un’indicazione di razza specie all’estero, in piena contraddizione con lo standard originario, per non parlare del difetto da squalifica del bianco in regioni dove non è previsto.

 

La morte prematura del dott. Morsiani ha creato una sorta di "rigor mortis" anche dello standard del cane corso. Sono sicuro che lo stesso Morsiani si sarebbe precipitato, una volta ottenuto il riconoscimento, a rivederlo in tutti quei punti in cui le ragioni della politica hanno avuto il sopravvento, nel contempo la sua fama di cinofilo e studioso lo avrebbe portato a ulteriori verifiche e conseguenti modifiche. Purtroppo l’associazione che in questi anni ha interagito con l’ENCI, non ha saputo fare attività cinotecnica, men che meno la doverosa manutenzione allo standard di razza. Per giustificare questa incapacità, si è arroccata su di una posizione integralista di difesa dello standard, facendola diventare una posizione politica. A quasi dieci anni dal riconoscimento non ci possono essere scuse. Come può una razza migliorare nella selezione se ha il suo strumento tecnico (lo standard) tarato male?

 

Qualcuno si chiederà, com’ è possibile che in tutti questi anni non ci sia stato un solo giudice che, dopo aver letto lo standard e/o averlo applicato nei giudizi, abbia sollevato il problema. Eppure ci sono cose macroscopiche, come il colore del tartufo indicato solo nero, quando tutti i grigi hanno il tartufo grigio....Qui viene voglia di fare qualche battuta: "perchè la domenica cambia colore” oppure, più realisticamente: "perchè si recita a soggetto...".

 

Questo potrebbe apparire (e limitarsi) a un clamoroso ridimensionamento del prestigio del corpo degli esperti giudici dell’Enci, almeno quelli abilitati al cane corso. La questione non è così semplice, non è così. Quanto accaduto nel cane corso ridimensiona la valenza zootecnica di tutto il sistema che, ricordo, non è finalizzato alla funzione ludica, ma alla valorizzazione zootecnica ed economica dei soggetti attraverso l’assegnazione dei titoli riportati sui pedigree dei discendenti. E’ di tutta evidenza l’importanza della componente dei giudici-esperti.

 

Nel prossimo numero mi occuperò di questa delicata funzione, non tanto cadendo nel pettegolezzo dei rimborsi spese, della reciprocità degli inviti a giudicare, delle raccomandazioni del babbo per giudicare la domenica, di favoritismi veri o presunti, ma scrivendo su di una realtà poco conosciuta quale è il disciplinare del corpo degli esperti, approvato dal ministro per le politiche agricole. Leggerete che, mentre si richiede ad un allevatore un iter formativo di anni, nonchè di superare gli esami per giudicare la razza allevata, si può essere abilitati a giudicare una razza automaticamente, senza allevarla o possederne un esemplare, solo ricevendo un avviso a casa. Una…che dico, possono essere decine! Forse si può arrivare intorno a 150...

Allevamento Cane Corso Saxellum (Val d'Erro) di Renzo Carosio - Melazzo (AL) Italy - 0144341009 - 3472549159
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